"Oh, Basta!" sbottò il tappo di una bottiglia di vino quasi vuota.
"Che senso ha restare qui mezzo infilato? E per custodire cosa, poi, due gocce di vino? Con un cric potrei saltar via subito... e allora?"
Infatti arrivò un cric, il tappo si staccò dalla bottiglia.
Cadendo sentì il profumo del vino, lo sentì come se qualcosa lo avesse sfiorato da dentro, una cosa attesa a lungo che poi passa.
"Contento?" disse la bottiglia paziente.
"Il poco non ti accontenta, ma è con poco che se ne va e quando va lo senti, lo senti."
Non dev'essere per niente facile ritrovarsi con certi pensieri.
Fatto sta che un giorno, di punto in bianco, si era messo a sbirciare dietro la libreria del corridoio, lo faceva con una piccola torcia perché le fessure erano molto strette. Oppure alzava di colpo la colonna dei libri di fianco al suo letto, apriva e chiudeva armadi e lavastoviglie e quando era a tavola spostava di continuo piatti, ciotole e bicchieri, per vedere cosa c'era sotto.
Si muoveva sempre a scatti, come se volesse sorprendere qualcuno o qualcosa.
Per strada girava con sveltezza attorno alle colonne dei portici e si chinava per spiare sotto le macchine.
Uscendo di casa chiudeva la porta e chiamava l'ascensore, ma prima di salire tirava sempre fuori le chiavi per aprire di nuovo la porta e rimettere la testa nell'appartamento, solo la testa però, poi andava via.
Nessuno sapeva la ragione di quel suo comportamento, quando provavi a chiedergliela cambiava discorso o ti fissava come se non avesse capito la domanda, e se gliela ripetevi continuava a fissarti alla stessa maniera.
Cercava qualcosa, non c'è dubbio, forse qualcosa che si può cogliere solo per un attimo o è così veloce che potrebbe quasi non esistere.
Una sera stava cenando e alzò all'improvviso il piatto per guardarvi sotto, poi fece lo stesso con il vassoio della frutta che conteneva otto albicocche.
In quell'istante sentì l'orologio a parete suonare le otto e vide un piccolo ragno camminare sopra un'albicocca, naturalmente con le sue otto zampette.
Sollevò la testa e la trovò piena di 8, si era riempita in un batter d'occhio, ma quanti erano! Maneggiare tutti quegli 8 andava sicuramente oltre le sue capacità.
Allora prese un'albicocca e la mangiò con gusto.
Si alzò, uscì di casa senza rientrare per la solita sbirciatina e fece quattro passi lì attorno.
Ogni tanto si fermava per colpire con la punta delle scarpe qualcosa, una colonna, il cordolo del marciapiede oppure la ruota di una macchina.
Lo faceva con tocchi leggeri, lui stesso si sentiva leggero.
Un calcetto alla fioriera del ristorante, un altro allo spigolo del palazzo o al cancello... sì, era proprio contento di non essere più ossessionato dalle cose che si nascondono dietro le cose!
Una lampadina incontrò una notte la luna, la vide dal lampadario del soggiorno.
Dapprima era una luce squadrata che avanzava piano sul pavimento, poi fu un foro bianco nel cielo buio.
La luna chiese alla lampadina se poteva farle una carezza e la lampadina le disse che proprio quella mattina gliel'avevano già fatta con un panno, visto che era impolverata. Non avendo più polvere, quindi, un'altra carezza non sarebbe servita.
La luna fece un lungo sorriso e alla fine toccò la lampadina e con quel gesto la impolverò anche, perché la luna è sempre stata impolverata.
Perché una carezza non tiene mai conto della polvere.
Forse un giorno sarebbe partito per andare in qualche paese lontano e silenzioso.
Probabilmente dentro a una foresta, vicino a un fiume, gli sembrava anche di vedere un villaggio appartato, con poche persone semplici e circondato dagli alberi.
Fantasie, pensò.
E dunque?
Fissò i suoi piedi scalzi, allargò le dita per penetrare meglio nella terra ammorbidita dalla pioggia.
La terra è proprio bella. Si trasforma di continuo, si muove, a volte cambia come l'aria o l'acqua, cerca nuove vie.
E' molto facile pensare che sia sempre lì, porta tutti in errore. Però è sempre pronta a far germogliare qualcosa, basta non impedirglielo.
I suoi piedi affondarono ancora un poco.
Quanti segreti e cose sa tenere la terra e per così tanto tempo, forse è un grande cuore!
Entrò ancora un po' con le dita e sentì una radice. Alzò gli occhi e vide un albero lontano diversi metri.
Com'è possibile? gridò. Ma sto parlando con quell'albero!
Da sottoterra gli arrivò questa certezza.
Dopo sentì tante altre cose, che sono poi quelle che la terra tiene anche per noi e spesso vanno più avanti delle nostre fantasie.
Questa sera ho preso dalla mia libreria I GRANDI MATEMATICI di Eric Temple Bell, forse perché mi attirava la copertina giallo ocra.
Ricordo che questo libro mi appassionò molto quando lo scoprii.
Ne ho riletto alcuni capitoli e lo trovo tuttora molto piacevole e stimolante.
A un tratto mi è capitato sotto gli occhi il seguente passo.
Siamo nel capitolo dedicato al matematico francese Charles Hermite, nel punto in cui fa la conoscenza di un altro grande matematico, Joseph Lionville, riguardo al quale Bell cita l'episodio che ricopio qui:
A proposito di Lionville, ricordiamo, per divertire i lettori, che egli ispirò a William Thomson, Lord Kelvin, il celebre fisico scozzese, una delle definizioni più soddisfacenti che siano state mai date del "matematico". «Sapete che cos'è un matematico?» domandò un giorno Kelvin alla sua scolaresca; e, avvicinandosi alla lavagna scrisse:

poi, tenendo l'indice sulla formula e rivolgendosi agli allievi: «Un matematico è un uomo per il quale questa cosa è tanto evidente quanto due più due fa quattro per voi; ebbene, Lionville era un matematico».
A me sembra una cosa proprio simpatica: per il matematico quell'uguaglianza è come 2 + 2 = 4 per gli scolari 
Forse questo paragone mi ha colpito anche quando ho letto il libro per la prima volta, visto che in una delle sue pagine bianche ho trovato questa mia annotazione che mi ha fatto sorridere e corrisponde a uno dei miei matti rovesciamenti
«Sapete che cos'è un matematico?» e scrisse sulla lavagna 2 + 2 = 4 , rivolgendosi alla sua scolaresca.
«Un matematico è un uomo per il quale questa cosa» mise l'indice sopra quella somma, quasi coprendo il più «è tanto evidente quanto lo è

per voi.»
Mentre stava in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quello Scozzese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno.
La parte finale proviene da un' operetta morale di Leopardi, il "Dialogo della Natura e di un Islandese".
Non saprei dire in che modo io sia arrivato a un simile accostamento, ormai però mi prendo come sono 
Già che ci siamo, ne approfitto per scrivervi un racconto che ho in testa da qualche giorno e solo ora riesco a vederlo bene. Eccolo.
Vuoto e pieno
Non avrebbe mai pensato di rimanere senza la Tavola Pitagorica e invece quel giorno - puf! - gli capitò proprio questo.
Si era innamorato sin da bambino di quella popolare tabella di numeri e ormai aveva riempito le pareti di casa con varie sue riproduzioni, talvolta molto fantasiose.
Non sapeva più cosa fare, una vita senza la Tavola Pitagorica gli appariva del tutto inimmaginabile. Gli amici provavano a consolarlo e gli dicevano che se ne poteva benissimo farne a meno, che computer e calcolatrici la rendevano inutile. Ma lui sembrava non ascoltarli, duro come un sasso.
Quanti giorni aveva passato su quello schema, senza una ragione particolare, semplicemente perché lo trovava bello!
Però ogni vuoto prima o poi si riempie.
Così un pomeriggio, mentre percorreva il lato di un vigneto lungo la capezzagna, si fermò a guardare la prima vite di un filare, ancora senza foglie. A terra c'erano i tralci tagliati in quei giorni e cominciò a contarli. Due, tre, cinque, sette e ventitré. Fece qualche altro passo e proseguì: trentasette, cinquantatré, settantatré. Cambiò filare: duecentocinquantasette ... trecentosettantatré...
A un certo punto capì che stava contando solo con i numeri primi.
Da quel momento non vide più quadrati o numeri esagonali.
Pazienza - probabilmente lo pensò anche lui fra sé -, non si può certo pretendere tutto ![]()

In questi giorni cerco di star lontano da giornali e televisioni, tanto baccano non mi permette di sentire e capire quello che conta.
Naturalmente sono molto vicino alle persone colpite da questo terremoto e continuerò a esserlo, nei limiti delle mie capacità.
Ma i terremoti sono proprio tanti e non è sempre facile rendersene conto. Di moltissimi non si viene a sapere niente, anche se riescono a mandare all'aria ogni giorno numerose famiglie, una persona dietro l'altra, dappertutto.
Oggi voglio mostrarvi la lettera di un uomo straordinario che ho conosciuto nel forum di Piccolipassi con il nick Bino73 (in realtà il suo nome è Benedetto). E' un mio compagno di viaggio, anche se a me è capitato qualcosa di più semplice.
La sua lettera descrive un'esperienza che dura tuttora, però ci parla pure di un gesto che moltissimi di noi possono compiere o divulgare, ed è prezioso come il Mondo, è rivolto a tutti i Bino di oggi e di domani.
Leggetela, questa lettera, gli ho chiesto il permesso di richiamarla qui.
Parlatene a chi conoscete, se ancora non vi è capitato di toccare il problema, oppure riparlatene, se invece lo avete già fatto, certe cose non si ripetono mai abbastanza.
La malattia è abilissima a ripetersi, purtroppo, e lo fa senza riguardi.
............
FORZA BINO
se questo mio spazio ha qualche giustificazione, con te ne ho appena acchiappata una!
RINGRAZIO di cuore Annarita (Scientificando) e Francesca (Agorà) per aver pubblicato la lettera di Bino nei loro siti
Scrisse qualche lettera su google, una frase.
Click, aprì una finestra, click, ne aprì un'altra, click, un'altra ancora, ogni tanto andando di palo in frasca.
Apparvero ai suoi occhi decine di ragioni per ticchettare con il mouse.
Venne l'ora di andare a letto. Spense la luce.
Click, la riaccese.
Click, la rispense.
E fu contento di esser rimasto lì 
Un vecchio rubinetto a vite, nascosto nell'ombra di un sottoscala e non usato da molti anni, si svegliò quando avvertì che una goccia d'acqua restava ferma sulla sua bocca senza staccarsi.
"Perché non ti lasci andare?" le chiese.
"Lì sotto c'è la terra, io voglio cadere nell'oceano!" gridò la goccia piuttosto smarrita.
"L'oceano? E dove pensi ch'io possa trovartelo, l'oceano? Qui attorno si vedono sì e no delle pozze d'acqua durante le piogge più intense..."
Ma la goccia rimase aggrappata con tutta la sua forza al rubinetto, per niente disposta a staccarsi.
O l'oceano o il rubinetto! Ripensando alla scelta della goccia il rubinetto sorrise, fu felice anzi, e si sentì un poco oceano 
Alcune sere fa mi sono accorto che la mia schlumbergera aveva appena schiuso due dei fiori che stava preparando da diversi giorni. Chiaramente l'ho fotografata subito, non ho nemmeno aspettato la luce naturale del giorno dopo. Eccola qui:

Vive in bagno, dove la allevo con il metodo idroponico (nel contenitore c'è acqua, argilla espansa e uno specifico concime) pur essendo una cactacea.
Faccio una parentesi. Ogni volta che penso all'effetto unificante dell'acqua resto stupefatto
Se il vaso fosse più grande, accanto alla mia schlumbergera potrei mettere un filodendro, una dracena, una begonia e magari anche un'aspidistra, tutte piante che è quasi impossibile mantenere in uno stesso vaso con la terra.
Mentre contemplavo la pianta e i suoi fiori, a un certo punto mi è apparsa nella mente (woom!) questa relazione:

Cosa dite, notate anche voi una certa somiglianza? 
Oppure la vedo solo io? ![]()
La Bierreuno&Perlasmarrita Corporation è lieta di presentare
"Mostri in cerca d'autore"
un concorso di idee volto ad associare una filastrocca, una poesia, un racconto, un dialogo... insomma un testo da associare a ciascuno dei disegni di Bruno. [...]
In questo post di Francesca troverete tutte le istruzioni del concorso 
Ed ecco i contributi in ordine di arrivo, che naturalmente potete apprezzare anche da Perlasmarrita 
1. F i l a s t r o c c a di Perlasmarrita
(abbinata al disegno n. 1, "Un altro mostro! O mostro altro?")
Vieni qua- disse il Mostro -
ti mostro una cosa
Che cosa vorresti mostrarmi?
- rispose Mostrilla (a)
Ti mostro una mostrina (b) - rispose lui, tutto gongolante
e su una gamba sola saltellante.
Ma la tua mostrina è niente
di fronte alla bellezza ed al cuore
di questo quadrante che mostra le ore
- risposa Mostrilla mostrando il mostrino (c)
E poi la tua mostrina io l'avevo già vista
- proseguì Mostrilla con fare incurante -
era in bella mostra , ammirata da tutti
Ma dove? - chiese il Mostro con voce angosciata
In una Mostra attorniata da gente acculturata
che disquisiva di mostri e di mosti
Povero me - rispose il Mostro seccato -
volevo fare l'ufficiale d'armata
e mi hanno confuso con il vino d'annata!
(a)= genere di crostaceo
(b)= distintivi applicati sulle divise
(c)= quadrante piccolo all'interno dell'orologio che indica i secondi
2. T R E O C C H I di Daniele Verzetti, Rockpoeta
(abbinato al disegno n. 3, "St")
Sono un mostro
Tre occhi piangenti
un tappo per soffocare il mio dolore
Mostro
Questo sono per voi
Pelle ruvida
Rugosa
Aspra
Dita malformi
Consistenza gelatinosa:
Bastano poche differenze fisiche
Per marchiarti in modo indelebile.
Oppure solo pochi simboli
Magari una piccola serie di numeri
E l'appartenenza alla "razza sbagliata"
Se voi siete quelli sani
Sono orgogliosa di essere mostro.
3. M o n o c u l u s di Giuseppearmando
(abbinato al disegno n. 4, "Ri")
Sono un disegno, ma sono il 4.
Cioé sono il quadrato dell'unico numero primo pari: il max. realizzabile su un piano, quello del foglio cui appartengo.
Ma esprimo anche, con l'occhio che mi è sbocciato come fiore, il primo dei numeri primi dispari, l'uno, l'essere, che i greci concepirono inventando la filosofia.
Sono semplice, spontaneo ed ingenuo, come un innocente primitivo: vi piace il mio gonnellino di foglie?
E poi sono originale, voi con 5 dita fate una mano, io 5, indipendenti, a cerchio, in vita.
Solo quegli sportelli, che avanzavano al disegnatore: me li messi come persiane x orecchie!
Si l'acchiappo!
Senza sarei stato il + bello e simpatico di tutti.
Anche così xò, vi piaccio?
4. F i l a s t r o c c a di Siana
(abbinata al disegno n. 2, "Mo")
Sono mostro nell'aspetto
ma non additatemi come un rospetto
perché se c'è una cosa che non mi garba
è leggere disgusto negli occhi di chi mi guarda
ma se tra di voi c'è un mentecatto
che mi vuol chiudere in un sacco
legarmi un peso al collo
e affogarmi al largo di un atollo
che si faccia pure avanti
ma sappia però che i giudicanti
la mattina guardandosi allo specchio
leggeranno riflesso il disprezzo
di chi onore fece al proprio intelletto.
5. M o s t r i di Perlasmarrita
(abbinato al disegno n. 2, "Mo")
Ehhhhhhhhhhhhh!!! Ehhhhhhhhhhh!
Cos’hai?
Sono triste oggi
Perché?
Ho fatto una passeggiata in centro ed ero ferma davanti a una vetrina ad ammirare i bei vestitini in saldo quando alle mie spalle si è materializzata una signora con una pelliccia…
Ed dunque? Questo ti rende triste?
No. Sulle prime la signora non si era accorta di me. Guardava e riguardava un paio di guanti di coccodrillo che a me avevano fatto rabbrividire dall’orrore. Guardava i guanti e sospirava, come se fosse qualcosa di inaccessibile. In effetti il cartellino con il prezzo aveva parecchi zeri…
Eh, piccola , la gente ha desideri bizzarri. Ma non ti devi intristire per questo!
Ma non sono triste per questo! Il fatto è che ad un certo punto con i suoi sospiri mi aveva creato un po’ di nervosismo ed allora le ho detto “Signora ma come fa a sospirare per un paio di guanti la cui pelle è appartenuta ad un animale vivo?” Sulle prime mi ha guardata sorpresa, forse ammutolita dalle mie argomentazioni, pensavo. Poi invece ha dato un urlo che sembrava la stessero derubando di quella pelliccia a cui si stringeva spasmodicamente. In breve sono arrivate molte persone: donne, bambini ed anche un vigile urbano.
E poi?
E poi la donna, che sembrava aver perso la parola mi additava con l’indice e balbettava”un mostro, un mostro, catturate il mostro”
Avevo capito tardi che quella donna ce l’aveva con me per il mio aspetto, non per le mie parole. Allora ho cominciato a tremare di paura. Ero da sola, contornata da gente che mi guardava tra il disprezzo e il rimprovero. Si avevo cominciato ad avere davvero paura e già mi aspettavo di essere ammanettata e trascinata via in qualche zoo, dove avrei perso la mia libertà…
Ed invece che successe?
Successe che un bambino nemmeno tanto piccolo, che fino a quel momento era rimasto in silenzio ad osservare me e poi ad osservare la signora, mi si parò davanti nascondendomi dietro la sua schiena e guardando dritto negli occhi la signora impellicciata disse: la mia amica mostra non si tocca, non vedete come è buona e dolce? Non vedete come è timida e come non farebbe mai del male a una mosca? Lei signora, piuttosto si dovrebbe vergognare. Va vestita con la pelle di un animale che per coprire lei è stata uccisa e che magari ha lasciato anche dei piccoli. Lei signora si dovrebbe vergognare per la sua crudeltà che, magari senza pensarci, ha sostenuto comprando quella pelliccia! E si dovrebbe anche vergognare perché ha giudicato un essere solo dal suo aspetto, senza fermarsi a pensare nient’altro…
La signora aveva smesso di balbettare durante il discorso del ragazzino, poi si era stretta nella sua pelliccia si era girata ed era andata via. E poco dopo erano andati via tutti.
Ma allora non devi essere triste, si è risolto bene tutto, no?
Ma io sono triste per quella signora. Non sono mica sicura che ha capito davvero…
6. Senza titolo di Latendarossa
(abbinato al disegno n. 3, "St")
Realizza a rilento il robusto rombo e regola il ritmo della rumba nel rush rapido e rauco, rivolge al rivale un reo rifiuto, un ruvido requiem che raddoppia il record del risentimento retrivo. La risata rutilante che raramente reprime risveglia il rasoio rabbioso della ragione che refola e raspa, e raschia e raduna. Retorico la roba rossastra rovescia con un rumore che rassomiglia al retore che riposa ritroso e rinoceronte nel recinto. Reperto reparto riparte re.
7. G u a r d a n d o di Testabislacca
(abbinato al disegno n. 4, "Ri")
Osservo, con finta aria truce, la gente che mi guarda divertita, e ho tante dita a riposo, ma che all'occorrenza possono graffiare. Solo per difesa, sia chiaro.
Orecchie giganti, porte aperte sul mondo intorno a me. Un occhio malinconico spalancato verso il cielo, per captare benevolenza e impulsi di luce stellare.
8. V e s t i t a di Bruno
(abbinato al disegno n. 4, "Ri")
La goccia d'acqua finì sul ciclamino seminascosto dalla radice inarcata di un acero.
Gli scarti delle ristrutturazioni, cose di tutti i tipi che sempre più spesso vengono nascoste nei boschi, quasi non turbarono quell'incontro.
La goccia d'acqua aveva una memoria fortissima, tutti lo sapevano, e quando si divideva per gli urti non diminuiva mai, anzi si arricchiva senza fermarsi.
Così arrivò sul ciclamino e spruzzò un po' di sé sopra le foglie i fiori i rifiuti della discarica, poi raggiunse tutti i punti del bosco in cui le dita e gli sguardi dei visitatori rispettosi si erano fermati nel tempo ammirando.
La goccia d'acqua si ritrovò con una memoria ancor più grande e a un tratto la indossò 
9. T a o di Taoquack
(abbinato al disegno n. 3, "St")
Aveva tre zampe di somaro, due anteriori e una posteriore che usava anche come coda, un corpo tutto viscidezze e flaccidità, enormi occhi spalancati senza palpebre e due lunghe orecchie puntute e diritte come quelle delle volpi.
Di notte si muoveva spaesato sul letto facendo traballare qua e là la sua conchiglia. Non sapeva cosa significasse sdraiarsi, dormire, sognare.
Di giorno vagava nei boschi, oppure diguazzava nei pantani ascoltando il fruscio agonizzante delle canne, drizzando le orecchie ed emettendo sempre lo stesso suono: un prolungato fischio che alle lunghe finiva per innervosirlo. E allora sbuffando faceva lunghe galoppate travolgendo tutto ciò che incautamente gli si parasse dinnanzi. Finché stremato non s’accasciava al suolo, incapace di piangere.
Non incontrò mai una creatura che gli somigliasse. Così iniziò a pensare. E per eccesso di pensiero, rimirando la sua immagine riflessa in una pozza d’acqua, concluse che no: non poteva esistere.
S’allontanò mestamente, gesticolando in segno d’approvazione per la conclusione raggiunta.
Quasi contemporaneamente cominciò lentamente a sparire, senza accorgersene, e giunto alla luminosa radura di lui non restò che una bacata conchiglia e il suono d’un malinconico fischio che s’allontanava.
10. Rime di Crigea
(abbinate al disegno n. 1, "Un altro mostro! O mostro altro?")
Ho perduto la memoria
saltellando nella storia
rimanendo l'esser critico
che viveva nel paleolitico
Non ho più identità
ma la mia socialità
si misura traballando
dietro un segno di comando
Se mi prendi il tasso alcolico
insieme all'acido glicolico
ne risulta un io aberrante
che rimpiazza l'io narrante
non ho niente più da dire
sul futuro e l'avvenire
non so più cos'è la storia
cancellato ho la memoria
11. M I S T E R 'G I Z I O di Ladyzolla
(abbinato al disegno n. 1, "Un altro mostro! O mostro altro?")
Non ci credo, mi slavicchio,
con la coda fatta a spicchio
mezzo cane e mezzo umano
non è greco ma egiziano
il mio piede da pantano.
12. M I S S S T R O Z Z A di Ladyzolla
(abbinata al disegno n. 2, "Mo")
Fanciulla farfalla
bestia draghella
batto le pinne e salto da polla
squamo impettita da perlasmarrita
ho un collo trofeico e poco dirò
lasciatemi in pace che migrerò.
13. M I S S P O T A T O di Ladyzolla
(abbinata al disegno n. 3, "St")
Son patata sradicata
mi vuoi fare in insalata
io ti sfido coi miei occhi
che ti scrutano bislacchi
poi ti attacco col mio corno
che ti infilzo nello sterno
c'ho provato son scappata
da lumaca mascherata
ma da perla mi hai scovata
e mi hai pure imbottigliata.
14. M I S S D I F E S A di Ladyzolla
(abbinata al disegno n. 4, "Ri")
Occhio nubile sempre vigile
pancia mobile culo instabile
cinta in vita da morte dita
chiudo le orecchie quando mi va
attacco di notte e vivo in città.
15. Poesia di Pyperita
(abbinata al disegno n. 4, "Ri")
Se il mio corpo
è un pò sgraziato
(sembro proprio un cingolato)
non fermatevi all'apparenza,
c'è una bella differenza.
Sopra la testa porto un fiore
che nasconde un grande cuore.
16. Senza titolo di Fraleforever
(abbinato al disegno n. 3, "St")
17. Senza titolo di Giovanni Bollini
(abbinato al disegno n. 1, "Mo")

Tac tac e tac: preso!
Oh, quanti sono, è una battaglia persa in partenza!
...ma non si pugna nella speranza del successo! No, no: più bello è battersi quando è invano.
Adesso, forse, mostro altro 
Ecco; io m'inquarto, io paro, io fingo, io scocco...
In tralice s'infila qui e là e non distingue (non gli serve) la realtà da tutto il resto!
Ma pure lui è ora nel sacco 
Un altro, ne ho beccato un altro!
Volteggia la mia punta: un moscerino!
Così anche questo è rimasto sul foglio prima che se n'accorgesse, ed è più svelto di quanto sembri 
Bisognerà pur cavarli dalla loro tenebra, questi mostri, che sfrecciano insidiosi e inesausti nelle nostre giornate!
Ne ho appena beccato uno, non se l'aspettava, era convinto che l'orrifica sua sembianza mi cristallizzasse, e invece no!
Giusto alla fin della licenza, gli ho detto mentre toglievo il tappo al pennarello, io tocco 
Provò a cercare in quella notte nera, ancora UNA volta, qualche stella.
Non vi riuscì, quindi riprese il cammino con il suo immancabile baSTOne bianco.
Camminò a lungo, la strada era piuttosto tranquilla, silenziosa. Non la faceva spesso e tuttavia riconosceva abbastanza bene i vari ostacoli.
A un certo punto, però, urtò un lampione. Rimase subito senza fiato, mollò il suo bastone, allungò le mani davanti a sé e fece un passo, anzi un salto, nel tentativo di evitare la caduta o di farsi troppo male.
Fu un salto lunghissimo e quando si accorse di non essere ancora a R r I v A t o a terra ebbe paura, una paura enorme.
D'un tratto le sue dita sensibilissime sfiorarono una specie di tubo e lo afferrarono con tutta la loro forza. Sembrava rigido e stabile, ma al tempo stesso era leggero, flessibile.
All'improvviso gli apparve una fitta costellazione, proprio sopra di sé, era chiara ed estesa, e fra quelle stelle vide roteare un'estremità del tubo, ancora stretto fra le sue mani, come se fosse la punta di un pennello.
Oooh
quante ne stava creando, DI STELLE !